Intro

Questo è il mio diario ed è scritto sulla strada. Parla del tentativo di realizzare un sogno: fare il giro del mondo via terra, senza prendere aerei. Mollo tutto e parto, in solitaria. A contatto con la Natura, senza bucarla dall'alto. Pulito, lento e circolare. Un'avventura d'altri tempi per sentire la terra cambiare sotto i piedi giorno dopo giorno, per attraversare gli oceani a bordo di cargo mercantili, come fantasticavo da piccolo, con acqua e solo acqua ovunque intorno. Uscire, chiudere la porta ed unire il vialetto di casa mia con la via della seta, Karakorum e Himalaya, India, Cina, le risaie del Mekong, i templi buddhisti con le rovine Maya, Macchu Picchu e la Tierra del Fuego, la Panamericana...
Perchè si parte ? Forse per riempire una mappa vuota, o per perdersi o forse solo per giocare in un prato più grande. Non lo so. So solo che questa volta non mi voglio dare nessun limite.
Che bello dirlo, questa volta il limite è il mondo
Almeno ci provo


lunedì 30 novembre 2009

Ouagadogou(...)

Non ho una niente da dire su Ouagadogou a parte che sono un bambino felice che alla fine raggiunge la capitale con il nome piu' fico dell'Atlante.
Avevo sei anni.
Ouagadogou, Burkina Faso, Giorno 443

domenica 29 novembre 2009

Punk animisti(...)

Nel villaggio di Oury sono tutti fatti, pallati, ubriachi aldila'.
Non esiste asfalto, solo polvere e fuori da ogni capanna la gente e' seduta in circolo, radunata a schiamazzare, sganasciarsi, ululare con la bocca aperta ed i denti esposti.
Un po' di saliva che cade a filo.
Stretta nelle mani una enorme ciotola di zucca, una calabasse, dentro la quale ristagna un liquido giallognolo dall'odore pungente e sciamanico.
Birra di miglio fermentato, il chapalow.
La gradazione alcoolica e' bassa, saranno un tre-quattro gradi, quindi per lasciare questa terra ne occorrono decine di litri.
Comunicare con gli spiriti di Madre Natura richiede parecchia pipi'.
Un deja-vu da Oktoberfest nera.
Due vecchiette con l'occhio liquido mi parano la strada e biascicando qualcosa in bambara si presentano offrendomi la prima calabasse, e ridono.
Profonde gengive nude.
Sto camminando in questo villaggio animista fuori da ogni rotta, dove Mario conosce un paio di artisti ma tutti sono artisti, scultori del legno oppure fabbri.
La figura del fabbro in questa zona del mondo possiede poteri magici, circondata dall'aura di mistero che dona il potere del fuoco sul metallo, il cambiare forma ad un materiale in natura impossibile da manipolare.
Le forgie di Oury sono millenarie.
Ogni famiglia e' proprietaria di una forgia.
L'epicentro del feticismo.
Che solo nel Vecchio e stanco Mondo Occidentale si e' trasformato in immagini di dominatrix in latex nero e frusta che obbligano inermi vermi nudi a leccare suole e tacchi a spillo.
Qui e' una religione potente.
Ogni abitante maschio e' un feticheurs o lo diventera'.
Nella religione animista viene attribuita una coscienza ad oggetti naturali, animali, alberi, montagne, fiumi, ognuno dei quali e' uno spirito con cui e' possibile comunicare attraverso la figura di connessione del feticheurs o juju. Ciascuna tribu' possiede i propri spiriti ed i propri antenati, simboleggiati attraverso totem, animali o loro parti, coccodrilli, piume di uccello, code di cobra. E' taboo far del male, mangiare, uccidere il totem.
Pero' se hai qualcosa da chiedere al tuo spirito, con tutti gli altri animali buoni da mangiare e' carneficina di sacrifici
Animisti furbi.
Polli, capre sgozzate, maiali che qui scorrazzano senza problemi.
Al banchetto del sacrificio partecipano tutti.
Esistono poi spiriti pret-a-porter indossabili facilmente per una continua e costante protezione su fortuna, salute, malocchio. Sono i feticci, oggetti di metallo o braccialetti di cuoio chiamati grigri, talismani elaborati dai feticheurs.
Oury e' potente.

...continua

venerdì 27 novembre 2009

Tabaski(...)

Sotto un albero di mango un griot sta cantando le gesta del capofamiglia e di tutto l'albero genealogico degli ultimi secoli.
In una societa' dove non esiste la scrittura la figura del griot e' quella dello storico a cui viene consegnata la memoria da tramandare, ogni famiglia e' legata ad un'altra di cantastorie che tramanda parallelamente di padre in figlio le vite delle generazioni passate, sempre presenti ad ogni avvenimento importante per aggiungere nuove strofe alla canzone degli antenati.
Fotografi musicali.
Seguendo strane traiettorie melodiche il griot narra le vicissitudini del vecchio capo ormai cieco, che ascolta assorto e sembra quasi che spunti una lacrima.
O forse e' la cataratta del diabete.
La famiglia e' tutta intorno ad udire compresi due bianchi tubabu, il futuro sposo di una delle figlie ed un suo amico randagio.
Oggi e' festa grande, si celebra il Tabaski.
In Africa Occidentale il Tabaski e' l'equivalente mussulmano del nostro Natale e vuole ricordare la versione islamica di un racconto biblico su Abramo.
Allah chiede ad Ibrahim di sacrificare in suo onore il primo figlio Ishmael, avuto dopo tanti sforzi alla veneranda eta' di 86 anni. Ibrahim sta per eseguire senza lamentarsi quando un angelo lo ferma dicendo che la sua fede e' dimostrata e al posto del primogenito puo' ammazzare un agnello.
Ecco perche' nei giorni scorsi ovunque andassi c'erano sempre agnelli all'ingrasso, oppure caricati vivi su tetti di pulman o legati fuori dalle abitazioni.
La stessa fine che fanno i colleghi tacchini quando i loro padroni nordamericani vogliono ringraziare Dio.
Arrivare qui a Boromo e' stata una vera avventura.

...continua

martedì 24 novembre 2009

Moschee di fango (...)

Sto dormendo in casa del primo capitato a tiro, su di un materasso buttato in una stanza spoglia, nuda di fango.
La casa ha una corte dove le donne preparano i pasti all'aperto su di un focherello di legna, tengono un bambino legato alla schiena e l'altro che e' da cambiare mentre uno sciame di teppistelli neri grida e corre piu' veloce della loro eco.
Ho lasciato Mario e il Peugeot 205 a Segoun, dopo Bamako, a casa del fratello di Ernest e ho cominciato a viaggiare solo, solo in balia dei mezzi pubblici africani.
Che vuol dire ore di sguardo pallato a fissare nel vuoto aspettando un bus che dovrebbe essere gia' qui da un paio d'ore, forse si e' rovesciato, forse ha finito la benzina, forse si e' accartocciato dentro un cammello, forse arriva inshallah.
Quando poi arriva inshallah sei seduto con cinquanta persone in uno spazio per quindici, le ginocchia che sfregano contro il sedile davanti e tredici molle nel culo.
Per finire con tredici ore di ritardo all'una di mattina all'incrocio per la citta' santa di Djenne, santamente costruita su di un'isola e raggiungibile solo con una santa piroga, la prima alle sei di mattina.
Mi accoccolo a lato di una mandria di futuri piatti del sacrificio che belano candidi ed incoscenti della prossima festa che gli stanno preparando e mi accoccolo all'aperto infinito orizzonte piatto augurando la buona notte ai pastori.
Il latte della nostra galassia lassu' stanotte e' bianco vergine come se non fosse possibile sporcarlo per l'eternita' mentre le stelle ci cadono dentro a goccia.
Plic.
Plic.
Plic.
Beeeeeee beeeeee vrooooooom beeeeeee Allaaaaah aaaakbaaar Allaaaah aaaaakbar vrooom.
Si svegliano tutti insieme, Dio, pecore e candelette di accensione e non mi resta che accodarmi e traversare le acque e godermi lo spettacolo delle prime ninfee in fiore, verdi corolle punteggiate da petali viola, a galleggiare leggere nell'acqua specchiata d'arancione d'alba.
Lunedi a Djenne e' giorno di mercato.
A Ciserano e' il mercoledi.

...continua

domenica 22 novembre 2009

Dimanche a Bamako(...)

E' domenica ed intorno al mio letto Bamako si sta svegliando.
Sono in centro centro ma non ci sono Mc Donald, vetrine di Gucci o cattedrali gotiche. Nessuna Piazza Grande, nessuna via dello struscio. Nemmeno un edificio piu' alto di due piani.
Le strade sono di terra rossa e come fossero canali vengono tutte drenate dal fiume principale, l'unico viale d'asfalto.
Ragazze pompano l'acqua dall'unico pozzo del quartiere riempiendo infinite taniche gialle, che ritornano a casa una ad una in bilico su teste incuranti della gravita'.
Regine idriche.
Come modelle attraversano la strada vestite come se stessero camminando su una passerella della collezione primavera-estate 2010, non un dettaglio fuori posto, gonna lunga in tinta col fazzolettone in testa, orecchini e make up adeguati, bilanciamento perfetto del corpo, sguardo dritto e nonchalance. L'equivalente di una doccia in testa e nemmeno una goccia si azzarda a cadere.
Brillano di luce propria, un sole di pelle nera che al passaggio emana un'aurea di bellezza naturale che si apre il cammino tra spazzatura, borse di plastica nera, scarpe sinistre e capre.
Bambini sporchi di polvere e muco giocano a calcio usando un cartone mentre altri, quelli ricchi, corrono facendo girare pneumatici fin quando non vengono bucati dalle corna delle capre di cui sopra.
Mamme lavano nei fossi di scolo i primi panni della giornata.
Uomini al bancone della baracca di lamiera, bar dell'angolo, siedono davanti al cappuccino africano, nescafe' mischiato con latte disidratato.
Radio Liberte' suona la hit di Amadou e Marianne.
Le dimanche a Bamako c'est le jour de mariage.
La domenica a Bamako e' il giorno dei matrimoni.
La quiete dopo la tempesta.
Ieri e' stata una notte di fiesta.
Ernest ci guido'.
Appena arrivati il Peugeot 205 si impaurisce del caos della capitale e si spegne proprio davanti alla Missione Cattolica il posto piu' gettonato dai saccopelisti che pero', secondo imprevisto, e' tuttto occupato da un pulman di suore in gita.
Accampati nel bar di fronte, acchiappabianchi.
Problemi risolti.
Uno di loro In un attimo compare dal nulla un omone enorme, nero e con in mano solo una chiave inglese, una. Apre il cofano, abbassa una mazzata sul motore, scintille schizzano ovunque e al primo di giro di chiave la macchinina riparte.
Il voodoo del meccanico, ho paura dei particolari.
Un altro ci porta all'Auberge Lafia mentre un terzo da' il primo squillo al telefono africano, un passaparola in una citta' da un milione di persone in cui tutti sono in perenne movimento dove quello che cerchi passa di bocca in bocca ed in un quarto d'ora ti trovi davanti al nuovo magazzino di Ernest, proprio l'Ernest amico di Mario che cercavi tra i mille della metropoli.

...continua

venerdì 20 novembre 2009

Tubabu (...)

La prima parola che ho imparato in bambara e' tubabu.
Significa bianco.
Perche' sono bianco.
Per la prima volta in vita prendo coscienza della mia mancanza di colore, del mio camminare pallido, dei miei peli visibili.
Sono i bambini che te lo gridano, ridono e puntano il dito verso la novita' che vedono passare in pantaloncini e con in testa una massa di capelli lunghi non nerocrespi.
Il diverso.
Quelli piu' temerari ti seguono e mettono la tua mano nella loro confrontandola increduli di fronte all'enorme mancanza di colore.
Altri rimangono a distanza e ti guardano col timore del questo qui non somiglia a mio papa'.
I piu' piccoli piangono.
Da noi, nelle storie del terrore e' l'uomo nero che viene di notte a prenderti per portarti via e mangiarti.
Qui e' l'uomo bianco.
Sono in Africa Nera, quella vera.
Sahara finito, ora e' Sahel, zona cuscinetto tra deserto a nord e savana e foresta tropicale a sud. La stagione delle piogge c'e' stata ed e' appena terminata, sembra addirittura con delle inondazioni. La siccita' e' scongiurata, per quest'anno. Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta qui non piovve per anni e fu una catastrofe alimentare. Il deserto avanzo' per decine di chilometri erodendo zone coltivabili. Come tuttora continua a fare, con l'aiuto di una delle piaghe bibliche che ogni tanto si abbatte in questa regione martoriata.
Locuste.
Chi le ha viste, Mario, mi dice che oscurano il cielo come fosse un' eclisse mobile e rumoroso.
Divorano tutto il divorabile annichilendo l'uomo, teoricamente qualche gradino piu' in alto di loro nella scala evolutiva ma senza difese da millenni contro questi sciami affamati.
Questi ultimi anni sono stati benevoli, ci sono stati raccolti e anche se la puzza di carogna a volte invade l'automobilina ci sono poche carcasse di animali.
L'erba e' giallo fosforescente e ci sono i primi alberi dopo giorni di sabbia, alcune acacia e i primi esemplari della pianta al contrario, quella che sembra sia rimasta incastrata dentro il terreno a testa in giu' nel tentativo di recuperare le cento lire cadute nel profondo, con i rami che sembrano radici esposte all'aria come se il vestito fosse scivolato in basso a scoprire le intimita', il re degli alberi africani, monsieur Le Baobab.
A volte in direzione opposta alla Peugeot 205, in velocita' sfrecciano correndo campi coltivati e gia' mietuti con avanzi, pochi molto pochi, di pannocchie di miglio, l'apporto di energia carboidrata piu' diffuso in questa parte del mondo.
I contadini vestono un cappello ad ombrello di paglia, come in Laos e Thailandia, alcuni con carretto e buoi, altri portando a spasso capre oppure dromedari e ormai tutti hanno la pelle nera.
Siamo entrati in Mali.
Nel villaggio di Nioro du Sahel il parrucchiere ci invita a mangiare e dormire a casa sua.
Una corte di capanne circolari.
Quelle classiche, da National Geographic, col tetto conico di paglia, costruite usando fango.
Noi uomini, solo noi uomini, ci sediamo per terra, da un vaso pieno d'acqua ci laviamo le mani e cominciamo a mangiare tutti insieme da un piatto comune, usando categoricamente la mano destra. Piatto del giorno, piatto di ieri, piatto di domani, cous cous di miglio con una salsa densa di verdura. Poi arriva il dolce, cous cous di miglio mischiato con una specie di yogurt dolce e leggero. Mahmoud ha una moglie e cinque figli, dice che puo' bastare, uno in piu' sarebbe troppo difficile da mantenere e vuole che tutti studino, che almeno sappiano leggere e scrivere in francese.
In Mali ci sono decine di dialetti ma le lingue utilizzate per comunicare universalmente sono due, il bambara per parlarsi e il francese per i documenti ufficiali, per giornali e telegiornali, per le lezioni scolastiche e per le pubblicita' dei telefonini che come al solito nei paesi sottosviluppati e' l'unico prodotto commercializzato sui cartelloni.

...continua

mercoledì 18 novembre 2009

Sahara on the road (...)

Ho attraversato il deserto del Sahara con una Peugeot 205.
Proprio come le antiche carovane di cammelli che trasportavano sale in cambio di oro.
Senza aria condizionata.
Senza autoradio.
Senza Gatorade al pinolo energizzante del Madagascar.
Le stelle mi stanno a guardare, dall'alto sussurrano qualcosa che fa brillare loro i denti, un soffio di buonanotte per un pellegrino accoccolato sotto la loro coperta di latte aspettando che arrivi il sonno, incapace di chiudere gli occhi prima di aver unito i puntini dall'1 al 145386453043594350.
Sono sveglio all'aperto sdraiato nel deserto, nel mezzo del nulla piu' pieno della mia vita.
L'insonnia della bellezza.
La pesantezza del grasso di capra.
A Tientane, Mauritania dura e pura di silice, il menu dello chef propone cous cous di miglio con tutti i pezzi smontati di una capra, cartilagini e cuore che si toccano, mangiato con le mani da un piatto comune, a gambe incrociate su di un tappeto dii fronte al pentolone che bolle sopra un fornelletto a cherosene, la signora velata che rimestola ed i suoi bambini strappati, ocra di sabbia e timidi che giocano con il mio lettore di musica.
Gli sparo Male di miele in cuffia cercando di inoculare i germi di un futuro rock mauritano.
Altri germi li ingoio tracannando zrig di latte di cammello gelato da cubetti di ghiaccio di pozzo.
Una sfida aperta al nano Cagarello.
Pero' c'e' da celebrare la fine del Sahara.
Me lo sono mangiato tutto.
Pensavo sarebbe stata una lunga serie di bus ed invece la mia corrente mi ha portato verso un' avventura alla Kerouac, on the road a cavallo del tropico del cancro.
Per caso, come sempre, come al solito ed un po' grazie alla mia faccia di tolla.
In coda all'ambasciata della Mauritania in quel di Rabat, la capitale del Marocco, aspettando con le mie fototessera fresche fresche che mi consegnassero il visto. Davanti a me due tizi parlano in spagnolo ed io mi intrufolo con la mia nuova lingua appena comprata.
Stanno viaggiando in macchina da Madrid, Miguel per schiarirsi la mente post-disoccupata e Mario per sposarsi.
Un viaggio verso un matrimonio nel Burkina Faso.
Non posso non unirmi.

...continua