Fumetti.
Coperte di lana, tisana e fumetti che escono dalla bocca ad ogni espiro che facciamo.
Nella gamba sinistra un paio di piccoli muscoli che non sapevo di avere si irrigidiscono e si staccano come iceberg galleggiando sottocutanei, mentre scrivo seduto sul divano.
Foche ed elefanti marini si chiudono al calduccio in frigo.
Sono a casa di Eva.
Albinyana, colline dietro Tarragona, Catalunya, Spagna.
Europa.
Neve.
Ma quanta neve e' scesa.
Lo shock termico dal Sahara mi distrugge un po' e non so che cosa fare quando finira'.
Quando finira'.
La malasuerte termino'.
Dalla Mauritania al Marocco non esistono mezzi pubblici.
Per attaversare la frontiera ed i dieci chilometri di terra di nessuno devi vagare per Nouakchott aspettando che si riempia qualche jeep e pagare il prezzo bianco oppure trovare qualcuno che stia risalendo verso il Vecchio Continente e fare appostamenti ai papabili, cecchino dello scrocco quattroruote.
Il mio bersaglio e' proprietario di un furgoncino Volkswagen ed alloggia nel mio stesso ostello. Una gola profonda mi spiffera che dovrebbe partire domani mattina alle sei.
Indovina un po' la prima faccia che ha visto appena finito di stropicciare gli occhi.
L'italiano con la faccia da pazzo e gli occhi spiritati dalla febbre chiede un passaggio fino a Dakhla nel Saharawi marocchino e lui senza batter ciglio accetta.
Non ci credo, la fortuna ricomincia a fluire.
Immediatamente prima che cambi idea lancio il mio zaino dentro il van e mi lego.
Partiamo.
Lui si chiama Fred, sta tornando da due mesi passati in Senegal ad imparare con un feticheur l'arte del gri-gri, l'amuleto scacciamale, che poi rivendera' a Marsiglia. Il furgoncino e' super accessoriato con frigo, fornello, mensole ed un super letto a due piazze.
Statuine ed ossa sparse ovunque.
Sul sedile del passeggero un pianta dai fiori fucsia stroboscopici ed un baobab.
Un baobab.
...continua
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martedì 22 dicembre 2009
martedì 10 novembre 2009
La porta dell'Africa (...)
Il sole bagna d'arancio le lenzuola del mare.
Muri che fan la parte dei duri ma salutando il sole come ogni sera piangono e le loro lacrime tingono di bianco le case.
Un muezzin dalla cima di un minareto grida che Allah e' akbar, Dio e' grande usando molte acca.
E' il primo ad annunciare la notizia.
Gli altri notiziari dell'Alto lo seguono a spaccare il muto cristallo del cielo con i loro proiettili vocali che si intersecano, si coprono, si accavallano urlando per annunciare lo scoop.
Una sinfonia cacofonica che si ripete cinque volte al giorno senza interruzione da secoli.
E' il 1387 qui a Tangeri, Marocco, porta dell'Africa.
Dal porto vedi la casbah che svetta candida intonacata sopra il promontorio, la vedi e devi salirci, entrarci, camminare nei caruggi stretti ed alti come canyon di finestre da dove trasudano bambini che piangono e radio di tamburi, pifferi e oud.
Ti siedi dentro un bicchierino di te', ti fai zuccherare forte e sciogliere con rametti di menta, mischiando bene senza usare cucchiaino, versando la cerimonia liquida di un filo bollente che cala da bicchiere a teiera, da teiera a bicchiere, da bicchiere a teiera.
Osservi il nuovo panorama.
L'inverno e' una condizione mentale, fa' caldo ma la gente si copre con giacche e maglioncini. Passano enormi gnomi vestiti con pesanti djellaba marroni dal cappuccio a punta che coprono il corpo fino alle caviglia. Passano piccole pellicce di pelo made in China.
Ci sono ragazze che spudorate vestono jeans e giubbottino D&G ma le tante si coprono collo capelli e corpo con un velo scuro.
Copacabana e' lontana molto piu' delle miglia di sola acqua per una settimana.
Dal tanga alla tonaca.
Le tue narici sorridono.
Dopo una settimana di pulizia nell'aria di sale ora sono porte aperte a nuovi incontri.
Piacere cannella.
Cardamomo, cumino, chiodo di garofano arrivano subito dopo a stringerti la mano, salam alekum, ad accerchiarti con complicita', schiacciando un occhio per farti capire che se ti serve qualcosa.
Trenta di loro ridotti in polvere e mischiati sono i servitori del Couscous Royale.
Lasci la collina casbah e scendi verso il porto.
Nordinne parla italiano.
E' da quattro mesi che tutte le mattine viene qui per attraversare lo Stretto di Gibilterra e tornare a casa, a Monza.
A volte si imbosca tra le merci di un cargo, altre nel retro di un camion, un posticino in un canotto. Sempre preso e rimpatriato.
Aveva un lavoro redditizio e una clientela fedele che ora spera di recuperare al rientro.
Spacciatore di hashish e cocaina al parco dell'autodromo.
Arrestato tre volte, l'ultima rispedito a Casablanca.
Ha nostalgia della famiglia, di suo figlio e di sua moglie napoletana, della pizza, della Gazzetta.
Chiede due dirham per comprarsi una sigaretta, se l'accende e si appoggia con le spalle al muro, guardando fisso avanti a se' l'altra costa nascosta.
Qui non e' come in Italia, dice, la liberta' e' solo di facciata.
In Marocco non c'e' Striscia La Notizia.
Macondo, Tangeri, Marocco, Giorno 423
Muri che fan la parte dei duri ma salutando il sole come ogni sera piangono e le loro lacrime tingono di bianco le case.
Un muezzin dalla cima di un minareto grida che Allah e' akbar, Dio e' grande usando molte acca.
E' il primo ad annunciare la notizia.
Gli altri notiziari dell'Alto lo seguono a spaccare il muto cristallo del cielo con i loro proiettili vocali che si intersecano, si coprono, si accavallano urlando per annunciare lo scoop.
Una sinfonia cacofonica che si ripete cinque volte al giorno senza interruzione da secoli.
E' il 1387 qui a Tangeri, Marocco, porta dell'Africa.
Dal porto vedi la casbah che svetta candida intonacata sopra il promontorio, la vedi e devi salirci, entrarci, camminare nei caruggi stretti ed alti come canyon di finestre da dove trasudano bambini che piangono e radio di tamburi, pifferi e oud.
Ti siedi dentro un bicchierino di te', ti fai zuccherare forte e sciogliere con rametti di menta, mischiando bene senza usare cucchiaino, versando la cerimonia liquida di un filo bollente che cala da bicchiere a teiera, da teiera a bicchiere, da bicchiere a teiera.
Osservi il nuovo panorama.
L'inverno e' una condizione mentale, fa' caldo ma la gente si copre con giacche e maglioncini. Passano enormi gnomi vestiti con pesanti djellaba marroni dal cappuccio a punta che coprono il corpo fino alle caviglia. Passano piccole pellicce di pelo made in China.
Ci sono ragazze che spudorate vestono jeans e giubbottino D&G ma le tante si coprono collo capelli e corpo con un velo scuro.
Copacabana e' lontana molto piu' delle miglia di sola acqua per una settimana.
Dal tanga alla tonaca.
Le tue narici sorridono.
Dopo una settimana di pulizia nell'aria di sale ora sono porte aperte a nuovi incontri.
Piacere cannella.
Cardamomo, cumino, chiodo di garofano arrivano subito dopo a stringerti la mano, salam alekum, ad accerchiarti con complicita', schiacciando un occhio per farti capire che se ti serve qualcosa.
Trenta di loro ridotti in polvere e mischiati sono i servitori del Couscous Royale.
Lasci la collina casbah e scendi verso il porto.
Nordinne parla italiano.
E' da quattro mesi che tutte le mattine viene qui per attraversare lo Stretto di Gibilterra e tornare a casa, a Monza.
A volte si imbosca tra le merci di un cargo, altre nel retro di un camion, un posticino in un canotto. Sempre preso e rimpatriato.
Aveva un lavoro redditizio e una clientela fedele che ora spera di recuperare al rientro.
Spacciatore di hashish e cocaina al parco dell'autodromo.
Arrestato tre volte, l'ultima rispedito a Casablanca.
Ha nostalgia della famiglia, di suo figlio e di sua moglie napoletana, della pizza, della Gazzetta.
Chiede due dirham per comprarsi una sigaretta, se l'accende e si appoggia con le spalle al muro, guardando fisso avanti a se' l'altra costa nascosta.
Qui non e' come in Italia, dice, la liberta' e' solo di facciata.
In Marocco non c'e' Striscia La Notizia.
Macondo, Tangeri, Marocco, Giorno 423
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