Intro

Questo è il mio diario ed è scritto sulla strada. Parla del tentativo di realizzare un sogno: fare il giro del mondo via terra, senza prendere aerei. Mollo tutto e parto, in solitaria. A contatto con la Natura, senza bucarla dall'alto. Pulito, lento e circolare. Un'avventura d'altri tempi per sentire la terra cambiare sotto i piedi giorno dopo giorno, per attraversare gli oceani a bordo di cargo mercantili, come fantasticavo da piccolo, con acqua e solo acqua ovunque intorno. Uscire, chiudere la porta ed unire il vialetto di casa mia con la via della seta, Karakorum e Himalaya, India, Cina, le risaie del Mekong, i templi buddhisti con le rovine Maya, Macchu Picchu e la Tierra del Fuego, la Panamericana...
Perchè si parte ? Forse per riempire una mappa vuota, o per perdersi o forse solo per giocare in un prato più grande. Non lo so. So solo che questa volta non mi voglio dare nessun limite.
Che bello dirlo, questa volta il limite è il mondo
Almeno ci provo


venerdì 1 aprile 2011

Mondoviaterra: il libro.

Uscito dall'eremitaggio, finalmente dopo un anno ho terminato di scrivere il libro. Da mercoledi 6 aprile Mondoviaterra sarà in tutte le migliori e peggiori librerie d'Italia, edito da Feltrinelli. Felice e liberato.

giovedì 11 marzo 2010

Mondoviaterra alla tele, il video

A chi interessa, ecco il video del mondoviaterra alle falde del kilimangiaro

http://www.youtube.com/watch?v=I1DUrNTlap8

martedì 12 gennaio 2010

La chiusura di un cerchio (...)

Chissa' come saro' quando tornero'.
Se tornero'.
Chiudo la porta, tolgo la targhetta col mio nome, giro la chiave nella serratura due volte sotto e quattro sopra e tutta una parte della mia vita rimane sigillata dentro al buio.
Una parte felice che ha visto tanto sole, che guardava i limoni crescere sul terrazzo e che fino alla fine ancora non si era assuefatta ad avere il mare a cinque minuti.
La lascio qui, da sola, voglio viaggiare leggero, senza malinconie in tasca.
Cosa ne sara' di me proprio non lo so.
Il futuro completamente aperto e sconosciuto.
Sedici mesi fa.
Sedici mesi fa avevo la febbre, partire, non riuscivo a pensare ad altro, solo liberare questa onda dell'andare ormai tesa allo spasimo, come fosse la molla liquida di un flipper l'attimo prima di lanciare la pallina d'acciaio verso lucine, campanelli e tasselli da abbattere.
L'attimo prima di diventare un uomo di ruggine, corroso per non aver provato a realizzare sogni.
Che invece ora sono diventati realta', testimoni da polso il rosario buddista ed i braccialetti touareg.
Soddisfazione, ma tanta, assaporo sotto la lingua e lenta giu' per la gola la sensazione dell'aver portato a termine qualcosa che mi sembrava difficile, che volevo, che dovevo assolutamente fare per non sentirmi strozzare l'anima, qualunque cosa sia l'anima.
Me la godo a riccio.
Ancora non mi sembra vero.
Infatti continuo a girare a trottola.
L'inerzia e' una bestia difficile da domare e fermare la mia massa a questa velocita' non e' banale.

....continua

giovedì 24 dicembre 2009

La Casa del mulino (...)

Le insegne dei negozi.
Mi sveglio e tutte le insegne dei negozi hanno qualcosa di strano, disorientante.
Sono in italiano.
Tutte.
Bar degli Amici.
Carmelo Parrucchiere delle Stelle.
Cioccolateria Peyrano.
Il cielo fa davvero schifo, uno strato di grigio pantegana coprente che avvolge in un abbraccio di pulviscolo oleoso tutte le ossa dal cranio fino all'alluce rendendole fredde, di quel gelo interno che vorresti strappare via ma rimane attaccato e piu' ti scuoti e piu' lui penetra e i colori si arrendono, il bambu' non organizza seminari in citta' cosi' loro non si piegano ma si spezzano frantumandosi, nebulizzandosi in sfumature cromatiche metallizzate razionali e tristi come le mamme automobili che hanno partorito lo strato grigio pantegana coprente.
Torino.
Bentornato.
Che io capisco le nuvole nere, la drammaticita' del nubifragio prossimo venturo, l'orizzonte cupo e la pioggia di giorni e giorni ma non questa perenne cataratta atmosferica che occlude la vista e la voglia di respirare.
Sono entrato in Val Padana, nella bottiglia d'orzata.
Le mie origini.
Quasi quasi torno indietro e mi reincarno noce di cocco a Salvador do Bahia.

...continua

martedì 22 dicembre 2009

Un Volkswagen da deserto (...)

Fumetti.
Coperte di lana, tisana e fumetti che escono dalla bocca ad ogni espiro che facciamo.
Nella gamba sinistra un paio di piccoli muscoli che non sapevo di avere si irrigidiscono e si staccano come iceberg galleggiando sottocutanei, mentre scrivo seduto sul divano.
Foche ed elefanti marini si chiudono al calduccio in frigo.
Sono a casa di Eva.
Albinyana, colline dietro Tarragona, Catalunya, Spagna.
Europa.
Neve.
Ma quanta neve e' scesa.
Lo shock termico dal Sahara mi distrugge un po' e non so che cosa fare quando finira'.
Quando finira'.
La malasuerte termino'.
Dalla Mauritania al Marocco non esistono mezzi pubblici.
Per attaversare la frontiera ed i dieci chilometri di terra di nessuno devi vagare per Nouakchott aspettando che si riempia qualche jeep e pagare il prezzo bianco oppure trovare qualcuno che stia risalendo verso il Vecchio Continente e fare appostamenti ai papabili, cecchino dello scrocco quattroruote.
Il mio bersaglio e' proprietario di un furgoncino Volkswagen ed alloggia nel mio stesso ostello. Una gola profonda mi spiffera che dovrebbe partire domani mattina alle sei.
Indovina un po' la prima faccia che ha visto appena finito di stropicciare gli occhi.
L'italiano con la faccia da pazzo e gli occhi spiritati dalla febbre chiede un passaggio fino a Dakhla nel Saharawi marocchino e lui senza batter ciglio accetta.
Non ci credo, la fortuna ricomincia a fluire.
Immediatamente prima che cambi idea lancio il mio zaino dentro il van e mi lego.
Partiamo.
Lui si chiama Fred, sta tornando da due mesi passati in Senegal ad imparare con un feticheur l'arte del gri-gri, l'amuleto scacciamale, che poi rivendera' a Marsiglia. Il furgoncino e' super accessoriato con frigo, fornello, mensole ed un super letto a due piazze.
Statuine ed ossa sparse ovunque.
Sul sedile del passeggero un pianta dai fiori fucsia stroboscopici ed un baobab.
Un baobab.


...continua

lunedì 14 dicembre 2009

Guarda che qualcuno ti sta avvertendo con evidenti segnali che la strada intrapresa non piace al dio dei pellegrini (...)

Quanti evidenti segnali bisogna ricevere prima di capire che la strada intrapresa non piace al dio dei pellegrini ?
Forse non dovrei tornare.
Pensavo che dopo lo scampato pericolo dell'incidente, costato la vita a nove mucche innocenti, tutta la potenziale sfiga che ogni cammino possiede fosse stata dilapidata in un colpo solo.
Invece no.
Invece no.
Mi sveglio e sono sdraiato per terra, zuppo di benzina, al buio, nel mezzo del Sahel, freddo deserto e con davanti una corriera che mostra le sue parti intime, ruote all'aria.
Sta arrivando il bus di riserva, il muletto che ci portera' a Bamako.
Rimontare in sella dopo che si e' caduti da cavallo.
Subito.
Mi rimetto nello stesso identico posto, sempre incuneato in fondo nell'angolo del finestrino destro, sempre con l'anca tra la decima e l'undicesima costola del vicino, la rotula che ricomincia a scavare un incavo dentro lo schienale legnoso del sedile di fronte.
Tutti muti ed infreddoliti, neri di paura.
Dormo.
La mattina mi ridesto ed e' subito fumo.
Una nebbia acre, diversa dalla polvere che abitualmente mangio.
E' un attimo e tutti tossiamo e respiriamo con molta fatica, l'autista cieco dall'interno inchioda e correndo verso la portiera scende, scendiamo in furia per non soffocare.
Uno dei tre aiutanti sale a controllare la sorgente di questa malanebbia, stacca tutti i sedili posteriori fino ad arrivare al motore e scopre un cavo di acciaio arroventato che lavorando da sotto sta bruciando il fondo del bus.
La furbizia avanza galoppando verso di lui mentre per strappare la causa del danno stringe tra le mani qualche centinaio di gradi.
Ma arriva tardi.
Non lo sapevo, sulla pelle nera le scottature lasciano ustioni bianche.
Un tatuaggio involontario, una bella riga candida e dritta che prosegue attraversando da un palmo all'altro.
Risaliamo.
La mia borsa blu e' scomparsa.
Agenda, diario, il completo in stile africano, dentifricio, spazzolino.
Il pulman riparte.
Chiedo all'autista di fermarsi, ripeto all'autista di fermarsi, poi urlo.
Tutti si voltano verso di me.
Settanta persone che mi guardano incredule.
Il tubabu e' impazzito.
Il bus si ferma un'altra volta, spiego quello che mi manca, che probabilmente e' finito sotto quando sono stati tolti i sedili.
Un quarto d'ora di discussione.
Il mugugno dei passeggeri.
Alla fine si convincono a staccare di nuovo i sedili, la botola si riapre, la borsa ed il suo contenuto sparso sporcano di carta e cotone tutto l'olio che ricopre il motore.
Ma manca la camicia del completo africano.
Cerco la camicia, sparita, volatilizzata, teletrasportata su Klingon, passano altri minuti, alcuni mi toccano, altri mi spingono, un tono stufo pienelepalle mi dice lasciala come regalo, e' Allah che lo vuole.
Un nigeriano brutto pelato e soprattutto grosso proprio grosso alza moltissimo la voce e urlando sputacchi minaccia in inglese l'autista di muovere this fucking bus perche' lui non puo' perder tempo, che ha del businness da fare e move, fucking shit, move.
Cioe', abbiamo tipo dodici ore di ritardo e ti arrabbi se perdiamo un quarto d'ora a cercare la mia camicia, che tra l'altro e' proprio bellina nuova mai usata.
Vabbe', visto che me lo chiedi gentilmente, andiamo.
Sedili rimontati, si riparte.
Dieci minuti e buchiamo.

venerdì 11 dicembre 2009

Pioggia di mucche (...)

Quasi muoio.
Decido di tornare a casa e cominciano a piovere mucche.
Il piano prevede una serie di linee rette che da Timbuktu portino fino a Recco, passando da Ciserano.
Timbuktu-Bamako. Bamako-Nouakchott. Nouakchott-Dakhla. Dakhla-Tangeri.
Dopo c'e solo lo stretto di Gibilterra da attraversare per riapprodare in Europa.
Spagna, Francia, Italia.
Le rotte nella mente sono facili da disegnare, prendi una matita e tracci, l'unico rischio e' distrarsi al passaggio di una regina del decollete' e finire in universi paralleli per qualche istante, ma poi con una gomma cancelli e ripensi.
Quando pero' si materializzano diventano dei bus che viaggiano di notte senza illuminazione, a velocita' folli in mezzo a campi coltivati a capre, dromedari e pastori in bicicletta.
Piazzaci me in uno di questi bus, nel sedile in fondo, quello coi posti tutti attaccati che nelle gite e' occupato dai casinari, ideale per stonare le bionde trecce o mostare i poster con le tette nude agli automobilisti. Incuneato a destra, attaccato al finestrino, con la rotula compressa nel comodocomodissimo legno compensato dello schienale davanti e l'anca infilata in un angolino dentro al costato del mio vicino sinistro.
In questa ultima fila dovremmo essere in otto, otto !, ma siamo in undici, undici !, perche' una maman bella ciccia ha comprato un solo posto, d'angolo a sinistra, per se' e per i suoi tre figli.
Fuori e' buio pesto, non avendo bionde trecce, occhi azzurri, arance rosse e davvero nessun fiore da mettersi in in bocca nessuno canta, scorriamo in velocita' saltellando sull'asfalto medio cotto dal sole ogni giorno tutti i giorni.
Avendo dimenticato a casa tutti i poster di Cicciolina e Vampirella non rimane altro da fare che scrivere col portatilino una mail per Luce da spedire appena la rete di mamma Africa lo permettera'.
Alla parola Aaaaaaammm, sull'ultima emme, un colpo sordo.
Pum !!!
Belin che e' ?
Pum !!! di nuovo e un'altra volta ancora.
L'autobus comincia a sbandare, si inclina dalla mia parte, deraglia a sinistra, schiacciamo acciacchiamo qualcosa.
O qualcuno.
Pum !!!
Siamo una palla da bowling e perdo il conto dei birilli che abbattiamo.
Lisergici Lebowski.
Pum !!!
Continuiamo a svirgolare, una gimkana fast and furious ma l'autista non e' bello come gli attori belli, non conosce il copione e perde definitivamente il controllo.
Voliamo.

...continua